Una civiltà più avanzata
Pensare una civiltà più avanzata, retta dai principi di uguaglianza, li­bertà, giustizia sociale, e lottare concretamente per questo obiettivo, non è un'utopia irraggiungibile. È la rivoluzione del nostro tempo. Che dovrebbe attenuare e colmare lo scarto, sempre più evidente e dram­matico, tra le potenzialità della ri­voluzione scientifica e tecnologica in atto, di cui la digitalizzazione della produzione e della comunicazione è solo un aspetto, e la concentrazione della proprietà e della ricchezza in poche mani, che fa ostacolo allo svi­luppo sociale e civile dell'umanità e alla salvaguardia del pianeta.

 

Il modo di lavorare e di produr­re, di vivere e di pensare è un pro­cesso di cambiamento perenne, nel quale ci sarebbe bisogno di una clas­se lavoratrice sempre più esperta, qualificata e istruita, capace di pa­droneggiare processi globali che hanno già cambiato la nozione tra­dizionale del tempo e dello spazio. Ma oggi accade il contrario. Le con­ tinue conquiste della scienza e del­la tecnica consentirebbero a tutte e a tutti di ridurre i tempi di lavoro e di elevare la qualità della vita, di tu­telare l'ambiente e di padroneggia­re con maggiore sicurezza il proprio destino. Ma nelle mani di un pugno di proprietari universali che compe­tono tra loro per il controllo del mon­do, accrescendo i pericoli di guerra, accade il contrario: intensificazione dello sfruttamento e aumento delle disuguaglianze, disgregazione della società, riscaldamento globale e de­sertificazione della terra con enormi masse umane che migrano in cerca di lavoro e sicurezza.

 

Se le confrontiamo con la socia­lità potenziale della rete e con la po­tenza scientifica e tecnologica della forza lavoro del nostro tempo, che si esprime soprattutto nelle capacità comunicative e relazionali a livello planetario, le forme attuali della proprietà capitalistica sui mezzi di produzione e di comunicazione ap­paiono addirittura barbariche. Non solo i settori produttivi e di servizio avanzati diventano sempre più in­compatibili con le attuali forme del­la proprietà e dell'appropriazione. Siamo arrivati al punto che una banca privata "compra" con due euro altre due banche sull'orlo del fallimento scaricando i costi sulla collettività nazionale. E siccome 1'80 per cento delle entrate fiscali pro­vengono dai lavoratori dipendenti e dai pensionati, non è difficile calco­lare chi ci guadagna e chi ci perde. Ma non è la prima volta che i pove­ri salvano i ricchi.

 

Anche i beni naturali, come l'ac­qua e l'aria, sono entrati in contrasto con la proprietà capitalistica e chiedono il suo superamento. In de­finitiva, diventa sempre più pres­sante l'esigenza di proprietà pubbli­che, sociali e comunitarie, come la Costituzione prevede. È su questo nodo, stringente e decisivo, che oc­corre intervenire lottando perché l'economia e la società siano orga­nizzate secondo un ordine nuovo, orientato al soddisfacimento dei bi­sogni umani e al pieno sviluppo del­le persone. Ecco perché la sinistra dovrebbe impugnare la bandiera della Costituzione e della sua at­tuazione con un programma chiaro, che compia una precisa scelta di campo: dalla parte del lavoro, non del capitale.

 

Una scelta che consente di por­tare in Europa una linea effettiva­mente alternativa non solo (e non tanto) alle politiche cosiddette di au­sterità, ma all'intera costruzione europea fondata sugli interessi do­minanti del capitale finanziario. Non l'Europa del capitale dunque, ma neanche il rinculo nazionalisti­co nell'Europa delle patrie, che spin­gerebbe inevitabilmente verso la concorrenza spietata e la guerra tra poveri. Bensì l'Europa dei popoli e dei lavoratori: che può nascere solo, per quel che riguarda noi italiani, portando in Europa la nostra Costi­tuzione come utile contributo alla costruzione di un nuovo internazio­nalismo del lavoro, e al tempo stes­so promuovendo in Italia un ampio movimento per l'applicazione dei principi costituzionali.

 

Se non si compie in modo chiaro e netto la scelta di impugnare la ban­diera della Costituzione e dell'attua­ zione dei suoi principi e diritti met­tendo al centro il lavoro, raccoglien­do e dando sbocco positivo allo stato di generale malessere che attraver­sa strati sempre più ampi della so­cietà, la prospettiva è quella di un ul­teriore degrado, di una crisi irrever­sibile della democrazia, dell'ascesa di una destra sempre più arrogante e totalitaria. Molti segnali sono già presenti al riguardo. Di fronte al vuoto di rappresentanza e di rap­presentazione del lavoro che apre spazi enormi alle spinte nazionali­stiche e fascistiche, la priorità asso­luta, se vogliamo guardare in faccia la realtà, è dunque quella di colma­re questo vuoto. Di impegnarsi pan­cia a terra, buttando à macero vec­chie idee, vecchie storie e vecchie scorie, immergendosi nelle contrad­dizioni reali del mondo che ci circon­da in cui vivono le donne e gli uomi­ni in carne e ossa, per dare forma a un partito politico che renda prota­goniste, oggi, le persone che per vi­vere hanno bisogno di lavorare, e le aiuti a farsi classe dirigente.

 

La forza della nostra Carta fon­damentale non sta solo nella capa­cità di unire la stragrande maggio­ranza degli italiani. Sta anche, for­se soprattutto, nella capacità di vol­gere lo sguardo al futuro afferman­do una visione dinamica dell'ugua­glianza e della libertà, indispensa­bile per poter parlare ai giovani. La Costituzione non abolisce la pro­prietà. Ma, come fa notare Stefano Rodotà, del quale sentiremo la man­canza per la sua dedizione alla cau­sa dell'Italia democratica e progres­sista, con la Costituzione «si è ormai fuori dalla logica liberista» giacché la proprietà privata (il terribile di­ritto evocato da Cesare Beccaria) «è ormai conformata in maniera tale» da permettere «la realizzazione di finalità sociali».

 

In altri termini, la forza creatri­ce della Costituzione ci dice che l'u­guaglianza non si riduce alle pari opportunità offerte dalle condizioni di partenza. Come mette in eviden­za lo stesso Rodotà, «l'accesso alla conoscenza reso possibile da Inter­net non basta ad affermare il pari diritto di ciascuno, se le condizioni di partenza creano condizioni di di­suguaglianza e di esclusione». Una conferma che le innovazioni scienti­fiche e tecnologiche reclamano quel­l'uguaglianza sostanziale, connessa alle condizioni economiche e cultu­rali dei cittadini, che la Costituzio­ne indica, tutelando in particolare i giovani che si affacciano sul merca­to del lavoro, e offrendo loro la pos­sibilità di allargare il campo all'af­fermazione di diritti nuovi. Un'a­pertura straordinaria sul futuro, che conferma la lungimiranza dei padri costituenti.

 

Per cui in conclusione possiamo dire che se la priorità assoluta è or­ganizzare le lavoratrici e i lavorato­ri, e costruire insieme a loro lo stru­mento politico indispensabile per applicare la Costituzione, d'altra parte la lotta per attuare i diritti co­stituzionali e conquistarne nuovi è anche il mezzo per dare forma a un partito che li organizzi e li rappre­senti. In ogni caso è arrivato il tem­po di ripensare il socialismo per uscire dalla prigione del capitali­smo. Anche per questo serve la Co­stituzione.
Paolo Ciofi
 
Riferimenti bibliografici
Ciofi P. (2017), Costituzione e rivoluzio­ne. La crisi, il lavoro, la sinistra, Roma, Editori Riuniti.
Keynes J.M. (2010), Laissez faine e co­munismo, a cura di Giorgio Lunghi­ni e Luigi Cavallaro, Roma, Deri­veApprodi.
Keynes J.M. (2010), Possibilità econo­miche per i nostri nipoti seguito da Guido Rossi, Possibilità economiche peri nostri nipoti?, Milano, Adelphi.
Marx K., Engels F. (1983), Manifesto del partito comunista, Roma, Editori Riuniti.
Mortati C. (111975), «La Repubblica è fondata sul lavoro», in Politica del diritto.
Rodotà S. (2013), Il terribile diritto. Stu­di sulla proprietà privata e sui beni comuni, Bologna, Il Mulino.
Togliatti P. (1987), «Sul progetto di Co­stituzione», in Discorsi Parlamenta­ri I, Camera dei Deputati, Roma.