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Il crollo del «socialismo reale» non ha eliminato l’esigenza di una società più giusta e solidale. Al contrario, l’ha resa più stringente e necessaria. Proprio in funzione di questa alternativa possibile la Costituzione pone dei limiti alla proprietà, che può essere pubblica o privata e deve comunque essere accessibile a tutti; prescrive che le diverse forme di iniziativa privata non devono recare danno alla sicurezza e alla dignità umana, e pertanto vanno coordinate a fini sociali; rende esplicita la possibilità di trasferire a comunità di lavoratori e di utenti imprese che si riferiscano a servizi pubblici o a fonti di energia o a situazioni di monopolio. Queste sono le parole scritte e non dette, che invece dobbiamo pronunciare ad alta voce.

 

Nel limite posto alla proprietà e al mercato la Costituzione trova un punto di equilibrio tra uguaglianza e libertà di tutti e di ciascuno. E il pluralismo nelle forme della proprietà, contrapposto al totalitarismo della proprietà privata capitalistica, apre le porte a un percorso inedito e originale verso una civiltà più avanzata. Si stabilisce infatti, muovendo dal fondamento del lavoro, una relazione ricca di implicazioni straordinariamente moderne tra impresa e utilità sociale, tra individuo e classe, tra persona e collettività che dà all’intero impianto costituzionale il respiro di un’operazione di grande portata strategica. Fino a far emergere le coordinate per un diverso progetto di società: un socialismo pluralistico e democratico, diverso da ogni modello finora conosciuto.

 

Un impianto che va ben oltre il compromesso socialdemocratico e il ritorno al keynesismo, come oggi taluni propongono. La Costituzione infatti, per assicurare i diritti, indica la necessità di oltrepassare la sfera distributiva e di mettere i piedi nel rapporto di produzione, vale a dire nel rapporto di proprietà. Ma se è così, e se portiamo il discorso a livello europeo, allora è evidente che non si può oggi affrontare il nodo dell’Europa dando la priorità alle politiche monetarie e/o al tema dell’uscita dall’euro.

 

Non si possono confondere le conseguenze con le cause, giacché la moneta è espressione di un determinato rapporto di forza tra le classi e tra le potenze economiche dominanti. L’idea, da più parti avanzata, di uscire dall’euro per poi, una volta recuperata la sovranità nazionale, intervenire nell’economia e nella società, porta di fatto alla paralisi politica e finisce per favorire le spinte nazionalistiche e fascistiche, e per alimentare una lotta spietata tra i poveri e gli sfruttati. A maggior ragione oggi, dopo la vittoria di Trump e i conflitti che si moltiplicano nel mondo.

 

Il crollo dell’euro non si può escludere. Ma non è certamente il terreno su cui far crescere una mobilitazione democratica, popolare e di massa per la costruzione di un’altra Europa, l’Europa dei popoli e dei lavoratori. È necessario dunque spostare il terreno della ricerca e dell’iniziativa dando priorità alla questione sociale, del lavoro e dell’occupazione, dei diritti e delle tutele, fissando standard comuni sociali e ambientali a livello europeo e ponendo il problema del controllo dei mercati e della finanza, cancellando i paradisi fiscali.

 

D’altra parte, non è pensabile che le migrazioni di massa e le disuguaglianze esplosive cui assistiamo possano trovare sbocchi e soluzioni adeguate dentro i confini nazionali. Perciò la visione deve essere europea e puntare verso un nuovo internazionalismo dei lavoratori. Ma, nello stesso tempo, non si può eliminare il territorio nazionale per promuovere movimenti concreti, anche parziali, con l’obiettivo, per noi italiani, di dare attuazione alla Costituzione in materia di diritti sociali, civili e politici. Per costruire l’Europa dei popoli e dei lavoratori l’obiettivo è la crescita in ciascun Paese di movimenti e di lotte per rovesciare i trattati europei.

 

Sono indubbiamente temi complessi che potremo approfondire preparando l’appuntamento sulla Rivoluzione d’ottobre e la rivoluzione in Occidente, che ho proposto a nome del Comitato direttivo e che dovrebbe essere la nostra principale iniziativa centrale. In ogni modo, sarà compito dei nuovi organismi che eleggeremo definire il programma concreto delle iniziative per l’anno in corso. Naturalmente sono benvenute altre idee, suggestioni, proposte.

 

Manterremo, tra le iniziative centrali, i seminari sulla storia del Pci. E dovremo dedicare maggiore attenzione alla promozione e formazione di giovani energie, al tesseramento e ai mezzi finanziari, alla battaglia delle idee sul web, a un migliore e più moderno uso della comunicazione. Nello stesso tempo riteniamo che l’attività dell’associazione si dovrebbe arricchire di una molteplicità di iniziative locali, legate a figure e storie di comunisti, uomini e donne, che nei diversi territori hanno segnato in modo indelebile la vita degli italiani.

 

Insomma, abbiamo molte cose da fare. Vi ringrazio per il vostro impegno. A tutti e a tutte un caro saluto e buon lavoro.