difesa costituzione foto 350 260«Vinceremo!». È stato uno strillo stonato quello del capo del governo nell’intervista all’emittente americana Cnbc: la posta in gioco, manco a dirlo, è la controriforma costituzionale nel referendum prossimo venturo. Detto, fatto. Anzi, per assicurarsi la vittoria, i fatti sono stati subito due, coerentemente con i canoni della più sofisticata cultura del fare, in cui il precoce Matteo dimostra di aver superato il maestro Silvio.

 

Primo: fuori Bianca Berlinguer dal Tg3, dopo aver soppresso il povero Giannini. Hai visto mai che nella Tv pubblica (?) qualcuno intenda far conoscere le ragioni del no, in dissenso con i pastrocchi pericolosi di chi agita il bastone del comando. Secondo: dentro Denis Verdini a costituire i comitati per il sì, con la sua accolita di innovatori e di maestri del pensiero. Dal momento che, come ha chiarito il Gran Loquace il quale spesso si contraddice, con il referendum non si tratta di decidere della sorte di se medesimo ma del futuro dell’Italia: «Vuoi cambiare e scegliere per il futuro, o vuoi continuare con questo modello e distruggere la prospettiva di crescita degli ultimi anni in Italia? Questo è il derby».

 

Della crescita non si ha notizia, ma per il resto hai capito bene. Se vuoi cambiare l’Italia, a sentir lui, devi ammucchiarti con Verdini. Un signore - diciamo così - condannato di recente per corruzione, ex braccio destro di Berlusconi specializzato nella transumanza all’ingrosso di deputati e senatori da un gruppo parlamentare all’altro. Ancora con altri quattro processi a carico: per associazione a delinquere, per bancarotta fraudolenta, per truffa ai danni dello Stato, per finanziamento illecito. Come cambiamento davvero non c’è male, e potremmo chiuderla qui. Ma fermarci a Verdini è riduttivo e non dà conto delle effettive intenzioni del segretario del Pd.

 

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei: il vecchio proverbio non suona male se pensiamo ai più specchiati sostenitori di Renzi. Soros, il re degli speculatori che a suo tempo mise in crisi la lira; Marchionne, quel tale che guadagna circa 500 volte di più di un operaio di quel che resta della Fiat; il presidente della Confindustria Boccia; le cavallette di Algebris insediate a Londra...Insomma, gli esponenti di punta del capitalismo interno e internazionale, banchieri e finanzieri ai quali evidentemente sta stretta, come ha esplicitamente dichiarato J.P. Morgan, una Costituzione che fonda sul lavoro - non sul capitale - la Repubblica democratica. E quindi stabilisce che devono essere rimossi gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza, impedendo il pieno sviluppo della persona umana e «l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese», come recita l’articolo tre.

 

Principi e disposizioni che ben poco hanno a che fare con gli orientamenti e la pratica politica del Gran Loquace. Il quale senza ombra di dubbio sta dalla parte del capitale, e considera la democrazia costituzionale una perdita di tempo. Del resto, non ha perso tempo per mandarcelo a dire: «Ho in testa un altro modello di democrazia, più anglosassone». Se questa è la vera posta in gioco, prendiamolo in parola e cambiamo davvero: con un no secco rovesciamo il tavolo, e gettiamo le basi per l’applicazione della Costituzione. Nei suoi principi di libertà e di uguaglianza, e nei suoi diritti sociali, civili e politici. Senza rinunciare agli aggiornamenti necessari perché il modello di società che la Costituzione delinea possa inverarsi attraverso una più ampia e incisiva partecipazione democratica, e un vero rinnovamento della politica.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it